Importanza dell’esperienza e della “pratica riflessiva” in osteopatia

Ugo Demaria Osteopata Fisioterapista Asti

Vorrei iniziare con una citazione per me importante e pertinente “fatti non foste per vivere come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” (Alighieri).

Questa frase descrive situazioni diverse estrapolate anche dal loro contesto filosofico e temporale ed a mio avviso si adatta essa stessa al concetto di base della “pratica riflessiva”.

Spesso nel lavoro quotidiano di un osteopata come in altre professioni sanitarie e non bisogna ricordarsi di non agire come “bruti” ma di adoperarsi con virtù, etica, conoscenza e riflessione. Agire da “bruti” spesso non porta a buoni risultati. Operare in modo automatico standardizzato senza fermarsi a riflettere sul proprio lavoro, sia prima di intraprendere delle azioni che dopo, tende a non arricchirci come persone e come professionisti.

 Dobbiamo fermarci e chiederci se avremmo potuto fare meglio riflettendo in maniera dinamica durante il nostro lavoro “riflettere significa posare lo sguardo su ciò che già sappiamo. non produce un mero aumento di conoscenza, non soddisfa un bisogno informativo bensì un bisogno di comprendere come agiamo “ (Contesini, 2016).   Questi concetti si adattano soprattutto all’approccio osteopatico secondo il quale è fondamentale non trattare esclusivamente i sintomi. Un buon professionista deve sempre riflettere a fondo su quelle che possono essere le cause scatenanti dei sintomi stessi ed agire di conseguenza (Still, 1998), (Littlejohn, 1903).

 Speculare, riflettere “definiscono la stessa attività del pensare, il processo mentale di rinviare per considerare” (Rigotti , 2007).

Nell’epoca moderna il primo a definire i concetti base della “pratica riflessiva” fu il professor Dewey (Dewey, 1997) seguito poi da studiosi come Piaget e Lewin. 

Negli anni Settanta sempre più autori approfondiscono l’argomento, uno dei più conosciuti e seguito sono senza dubbio Schön e Argyris i loro lavori sono mirati a riconoscere e quindi poi a correggere un errore o un difetto. Se si presentasse di nuovo una situazione simile grazie alle esperienze precedenti e alla riflessione sulle stesse diventiamo in grado di comportarci diversamente (Argyris & Schön, 1978). Secondo questi concetti l’evoluzione qualitativa di un professionista non passa esclusivamente dai successi ottenuti ma spesso analizzando in modo riflessivo gli insuccessi e gli errori.

 Una volta di più però è assolutamente necessario soffermarsi un attimo, riflettere e ripartire, modificando i propri comportamenti. 

Secondo Schön l’evoluzione professionale procede e si migliora solo quando il professionista inizia a dubitare dei suoi comportamenti e inizia ad analizzarli in modo critico.

 Deve sempre insorgere il dubbio di non aver fatto il massimo in quel momento, o meglio il dubbio se un’azione fatta in modo diverso non porti a risposte diverse e più adeguate.

Schön discute di due tipi di “pratica riflessiva”. Innanzitutto, la riflessione in azione, In questo caso mentre il professionista esegue un gesto o immediatamente prima di eseguirlo riflette sulle possibili conseguenze e sul sistema migliore di procedere. Descrive poi la riflessione sull’azione che si basa sulle situazioni simili già avvenute nel corso di esperienze precedenti in modo che questa riflessione guidi il terapeuta in futuro verso le migliori pratiche da intraprendere per ottenere un miglioramento professionale (Schön,1983).

Il ricercatore Graham Gibbs nei suoi lavori spiega in modo esaustivo in che modo applicare i concetti della “pratica riflessiva” nella routine giornaliera (Gibbs, 1988).

Il suo modus operandi viene descritto come “ciclo di riflessione di Gibbs”, strutturato in modo da aiutare, semplificare e a strutturare in modo ordinato la riflessione sulle esperienze.

Gibbs consiglia di effettuare una accurata descrizione degli eventi, che cosa è successo, semplice descrizione, senza dare giudizi o commentare l’accaduto. Si passa poi ad analizzare i sentimenti provati in quel momento, quali sono state le tue reazioni in quel momento? Anche qui solo una descrizione senza fare ancora una analisi degli stessi. A questo punto si passa ad una attenta valutazione dell’insieme, con una approfondita analisi della situazione traendo eventualmente spunto da esperienze di persone diverse.

Si arriva così a delle conclusioni sia generali, sia specifiche, cioè in rapporto alla nostra situazione personale, in modo da predisporre un piano d’azione più efficace per affrontare in futuro situazioni simili (Finlay, 2008).

Ecco perché “la pratica riflessiva” forse trova molto più applicazione pratica nel nostro lavoro rispetto ad altre professioni sanitarie più standardizzabili.

Oserei dire che questo concetto deve diventare per noi osteopati una routine da applicare ogni giorno e su ogni paziente, nessuno escluso.

Per noi non esiste la lombalgia, ma il paziente lombalgico; il cui problema può avere origine da molte cause diverse (viscerali, posturali, traumatiche, ecc.) quindi non è possibile usare sempre lo stesso protocollo di trattamento ma bisogna sempre riflettere a fondo per avere i migliori risultati possibili.

Alla fine, la “pratica riflessiva” è un concetto fondamentale su cui si basa la filosofia osteopatica ed è quello che differenzia l’osteopata rispetto al terapeuta manuale.    

Secondo Schön la pratica riflessiva è “la capacità di riflettere sulle proprie azioni in modo da impegnarsi in un processo consapevole di apprendimento continuo” che ci permette di approfondire il nostro pensiero e ci aiuta a dirigere i processi di apprendimento.

Secondo l’autore gli aspetti teorici non bastano per formare dei buoni professionisti e anche l’esperienza da sola se non viene modificata e stimolata continuamente dalla riflessione non conduce a migliorare i risultati (Schön, 1983).

Questi concetti, soprattutto agli inizi della carriera, aiutano il terapeuta ad unire teoria e pratica, riflettendo sull’applicazione di concetti teorici nella pratica ed a migliorare il proprio approccio nel futuro.

 Anche insuccessi o eventuali problemi possono aiutare nella progressione professionale (McBrien, 2007). 

Schön divide la riflessione mentre si esegue un’azione e la riflessione dopo questa fase. È normale che nel mondo del lavoro i professionisti si trovano ad affrontare problematiche dovendo prendere decisioni in tempo reale, una sorta di improvvisazione continua (riflessione in azione). Ma le conseguenze dei propri comportamenti devono poi successivamente essere analizzate secondo un pensiero critico, nel bene e nel male, in modo che possano poi interferire sui comportamenti futuri (riflessione sull’azione) (Schön, 1983).

La riflessione diventa quindi utile strumento per interrogarsi, comprendere e migliorare le proprie conoscenze in casi di situazioni complesse apprendendo dall’esperienza.

Molte volte durante questo ragionamento che può apparentemente essere molto logico manca il passaggio proprio della riflessione.

 Spesso si considera un terapeuta esperto e capace quello che lavora da molto tempo. ma se la sua esperienza non viene attraverso la riflessione modificata ed adattata non si verifica automaticamente un miglioramento professionale e personale. 

Se nella propria vita lavorativa non si ragiona sulle conseguenze delle azioni secondo uno spirito critico e si continua a commettere gli stessi errori nella convinzione di essere nel giusto diventa impossibile progredire.  

Naturalmente il numero di anni dedicati ad una attività e quindi il numero di esperienze vissute se analizzate con la riflessione diventano un enorme vantaggio per chi si dedica ad un lavoro complicato, sia nella teoria che nell’attuazione, come quello dell’osteopata. 

Considero personalmente la “pratica riflessiva “un ragionamento logico e di buon senso, probabilmente utilizzato da sempre da persone dotate di queste caratteristiche. 

Alcuni autori (Winter, 2003), (Suibhne, 2009), affermano di intuire l’applicazione di questi concetti anche in antichi testi buddisti o latini, come le opere del filosofo Marco Aurelio.

 Se si ha la pazienza e la voglia di indagare sulla storia antica si trovano spesso concetti interessanti già indagati e discussi da vari studiosi dell’epoca che semplicemente nell’epoca moderna sono stati riscoperti, chiamati magari in un altro modo e approfonditi. 

Nel mio personale corso di formazione accademica è la prima volta che questi argomenti vengono affrontati e discussi in modo esaustivo. Devo dire che anche senza avere conoscenze specifiche spesso il mio modus operandi seguiva a grandi linee questi concetti.

 La logica di una persona “pensante” porta inevitabilmente ad analizzare i propri comportamenti e le conseguenze che derivano da essi, ma senza avere nel proprio bagaglio culturale i concetti teorici si rischia che questo processo di apprendimento sia troppo lungo e non sia del tutto efficace. 

Anche un animale bene addestrato sa che un’azione spesso comporta una reazione, il ben noto riflesso di Pavlov (Pavlov, 2011) , un cane impara che ad un comportamento adeguato riceve un premio, il principio su cui si basa l’addestramento.

A livello superiore a questo principio azione-reazione molto semplice e basilare dobbiamo aggiungere l’intelletto.

L’azione da noi eseguita deve venire analizzata in modo preciso (molto utili le linee guida di Gibbs) e sequenziale tenendo presente sia i sentimenti che la parte razionale. 

Questa analisi deve diventare assolutamente di routine, prendendo il tempo necessario e avendo la consapevolezza che ci aiuterà in modo importante nella nostra affermazione sia come persone che come professionisti.

Nella mia situazione personale questo seminario sulla “pratica riflessiva” si è dimostrato forse il più interessante che ho avuto modo di frequentare negli ultimi anni.

Lavoro da più di vent’anni in questo ambito professionale, quindi sicuramente posso dire di aver maturato una certa esperienza nel settore ed ecco che i concetti della “pratica riflessiva” sono veramente il tassello mancante per trasformare questa mia grande esperienza in qualcosa di superiore.

Certamente è necessario fare lo sforzo di trovare il tempo di riflettere sugli spunti che la vita professionale e direi anche privata ci dà.

Interessante dal punto di vista didattico la proposta del ricercatore Gibbs sull’uso del “debrifing” strutturato in moda da facilitare la riflessione secondo i concetti del “ciclo di apprendimento” (Gibbs, 1988).

Abbiamo visto e compreso che le esperienze se analizzate nel modo giusto e con criterio portano inevitabilmente ad un miglioramento sia personale che professionale. Quindi, tenendo sempre ben presenti i concetti alla base della “pratica riflessiva”, ci servono i dati da analizzare, cioè le esperienze.

Contano naturalmente in questo caso gli anni di lavoro, per un discorso esclusivamente quantitativo, ma anche e soprattutto quanto un professionista sia disposto ad abbandonare la cosiddetta “zona di comfort” per darsi la possibilità attraverso il cambiamento di vivere esperienze diverse che successivamente analizzate attraverso i ragionamenti tipici delle varie teorie sulla “pratica riflessiva” possono portare cambiamenti positivi e stimolanti (Silvestri,2019).

Questo si può fare sia applicando al lavoro abituale tecniche e approcci nuovi, sia mettendosi volontariamente in discussione cercando ed accettando offerte di lavoro nuove e stimolanti, in modo da acquisire esperienze su cui mettere in pratica i concetti della “pratica riflessiva”.

 Naturalmente bisogna essere disposti ad affrontare i disagi che il cambiamento inevitabilmente potrà portare, sapendo però che da questo sforzo a medio termine scaturiranno indubbi vantaggi nella crescita personale e professionale.

I vantaggi dall’uso della pratica riflessiva sono molteplici. Il primo è sicuramente un maggior apprendimento da un’esperienza o da una situazione, stimolando la comprensione profonda. si arriva ad avere una maggiore conoscenza di sé stessi individuando in modo più preciso i propri punti di forza e le proprie debolezze, in modo da scoprire le proprie carenze su cui bisogna lavorare e confermando allo stesso tempo le proprie attitudini e competenze in modo da poter lavorare sull’acquisizione di competenze mancanti o deficitarie e si può arrivare anche a migliorare l’auto motivazione e la fiducia in sé stessi sia personale che clinica.

Naturalmente esistono anche alcuni aspetti critici.

Questo ragionamento richiede una buona dose di auto-critica e non tutti i professionisti ne possiedono abbastanza, a volte ci si può sentire a disagio analizzando e valutando la propria pratica. 

La riflessione sulla pratica richiede il suo tempo e, a volte, con i ritmi frenetici di vita a cui siamo giornalmente sottoposti, non è facile trovarlo o comunque non è facile essere abbastanza calmi da riflettere a fondo sulle proprie esperienze.

 Allo stesso modo il professionista può avere difficoltà a scegliere su quali situazioni o comportamenti è necessario riflettere.

La “pratica riflessiva” poi non può assolutamente sostituirsi alle conoscenze teoriche e tecniche alla base di ogni professione, che devono essere perfettamente acquisite durante il normale corso di studi.

Come scritto in precedenza anche se non avevo le necessarie conoscenze teoriche credo di avere sempre usato, almeno parzialmente “la pratica riflessiva”. Soprattutto le situazioni in cui mi sono trovato in difficoltà mi hanno sempre stimolato a riflettere per comportarmi in modo da evitarle o comunque gestirle nel modo migliore possibile. Questo, non avendo le necessarie conoscenze teoriche, sempre un po’ per prove ed errori, a volte perdendo tempo e non sempre con il massimo dei risultati possibili. Dopo aver imparato in questo stage i concetti base su cui si fondano le varie teorie sicuramente in futuro sarò sempre più stimolato e consapevole sull’uso della riflessione nella mia pratica clinica.

Bibliografia

Alighieri, D. (s.d.). Divina Commedia – Inferno – verso 119 del canto XXVI.

Argyris, C., & Schön, D. A. (1978). Organizational learning : a theory of action perspective. Addison-Wesley.

Contesini, S. (2016, 4). La pratica riflessiva. Formazione&Cambiamento.

Dewey, J. (1997). How we think: a restatement of the relation of reflective thinking to the educative process. Houghton Mifflin .

Finlay, L. (2008). Reflecting on ‘reflective practice’ (PBPL paper 52 ed.). The Open University.

Gibbs, G. (1988). Learning by Doing: A Guide to Teaching and Learning Methods. Londra: FEU Further Education Unit.

Littlejohn, J. M. (1903). Osteopathic Therapeutics. Diagnosis. Still National Osteopathic Museum.

McBrien, B. (2007). Learning from practice—reflections on a critical incident”. Accident and Emergency Nursing.

Pavlov, I. P. (2011). I riflessi condizionati. Bollati Boringhieri.

Rigotti , F. (2007). Il pensiero delle cose. Apogeo Education.

Schön, D. A. (1983). he reflective practitioner: how professionals think in action. New York: Basic Books.

Still, A. T. (1998). Autobiographie (1828-1917). (P.Tricot, Trad.) SULLY.

Suibhne, S. M. (2009, Settembre). Wrestle to be the man philosophy wished to make you. Reflective Practice- International and Multidisciplinary Perspectives.

Winter, R. (2003, Marzo). Buddhism and action research: towards an appropriate model of inquir. Tratto da www.tandfonline.com.

Condividi su linkedin
LinkedIn